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L' ultima possibilità


di Membro VIP di Annunci69.it Kimboy74
17.02.2026    |    197    |    0 8.0
"Si sputò sulla mano, lubrificando l'asta con movimenti lenti, e si posizionò dietro Alex..."
Alex era un relitto umano in quel villaggio sperduto tra le montagne dell'Asia centrale, un poliziotto italiano esiliato per chissà quale errore burocratico o scandalo dimenticato. Viveva in una baracca di legno marcio, con il telefono che squillava solo per litigi furiosi con la moglie lontana: 'Mille euro al mese per sentirti urlare?' si diceva ogni volta, ma pagava lo stesso, rosicchiando gli ultimi risparmi. Il lavoro al mercato come guardia giurata bastava a malapena per il pane e il tè bollente, figuriamoci per mandare soldi in Italia. Così, per l'ennesima volta, si trascinò fino all'ufficio della finanziaria, un tugurio polveroso con pareti di fango e un impiegato magro che fumava sigarette locali.

'Senti, ho bisogno di un prestito,' borbottò Alex, la voce rauca per la polvere e la disperazione, appoggiandosi al bancone scheggiato. L'impiegato, un tipo con baffi radi e occhi calcolatori, scosse la testa. 'Mi dispiace, Alex. Non è possibile al momento. Riprova tra due anni.' Alex sentì il sangue pulsargli nelle tempie. 'Due anni? E come cazzo faccio nel frattempo? Ho la famiglia da mantenere!' L'uomo sospirò, tamburellando le dita sul registro. 'Il massimo che ti posso fare è un appuntamento con mio zio. Paga cinquecento euro per mezza giornata. Ma devi obbedire, senza storie. Fino alle quattordici sei suo. Alle sette del mattino fatti trovare qui vicino alla fontana. Ti mando la posizione sul telefono. Mentre stai... ehm, cagando – o fai finta – lui ti punirà per questo. È in questo che consiste il lavoro di domani. Mi raccomando, puntuale.'

Alex deglutì, lo stomaco che si torceva. Cinquecento euro erano una fortuna in quel buco del mondo, abbastanza per un mese di pace con la moglie e un po' di cibo decente. 'Va bene,' mormorò, uscendo con le gambe pesanti. La notte fu un incubo di sudori freddi e rimorsi, ma all'alba si alzò, si lavò la faccia con acqua gelida dal catino e si diresse alla fontana. Il villaggio era avvolto in una nebbia montana, l'aria tagliente come lame, e la fontana – un vecchio manufatto di pietra incrostato di muschio – gorgogliava piano in un angolo isolato, lontano dalle capanne addormentate.

Alle sette in punto, Alex si accovacciò dietro un cespuglio rado, i pantaloni calati fino alle caviglie. Non era finta: la tensione nervosa gli aveva sciolto le budella, e una scarica calda e umida schizzò sul terreno polveroso, l'odore acre che si mescolava all'umidità mattutina. Si stava allacciando i pantaloni, le mani tremanti, quando udì passi pesanti. Due figure emersero dalla nebbia come fantasmi: uno vecchio, curvo ma robusto, con una pelliccia di pecora grezza che gli copriva il corpo come un manto da pastore sardo – i mamuthones, pensò Alex in un lampo assurdo, anche se qui era Asia, non Sardegna. L'altro era più giovane, muscoloso, con la stessa pelliccia logora che gli dava un'aria primitiva, tribale. Il vecchio stringeva una frusta da cavallo, cuoio intrecciato e nodoso, e i suoi occhi gialli da anziano lo fissarono con disprezzo.

'Sei venuto a sporcare la mia proprietà, cane straniero,' ringhiò il vecchio in un dialetto locale che Alex capì a fatica, grazie ai mesi passati lì. 'Meriti una bella punizione.' Alex balbettò qualcosa, ma il vecchio non aspettò: la frusta fischiò nell'aria e gli morse la schiena attraverso la camicia sottile, un bruciore che lo fece inarcare. 'Gonario, legalo bene. Ora lo sistemo.' Il giovane, Gonario, annuì con un ghigno, afferrando Alex per le braccia. Era forte, le mani callose da lavoratore di montagna, e lo trascinò fino a una vecchia jeep parcheggiata lì vicino, il cofano arrugginito coperto di brina.

Gonario spinse Alex a pancia in giù sul metallo freddo, le gambe divaricate, e usò corde ruvide per legarlo: polsi stretti ai lati, caviglie ancorate al paraurti, il culo esposto all'aria gelida mentre i pantaloni gli pendevano aggrovigliati. Alex sentì il vento mordergli le natiche nude, il buco esposto e vulnerabile, e il cuore gli martellava come un tamburo. 'Per favore, no,' gemette, ma il vecchio rise, una risata rauca e cattiva. La frusta calò di nuovo, questa volta sul culo: un colpo secco che gli strappò un urlo, la pelle che si arrossava in strisce rosse. 'Zitto, puttana. Hai pagato per questo? No, sei tu che paghi con il tuo corpo.'

Il vecchio si slacciò la pelliccia, rivelando un corpo magro ma duro, segnato da anni di vita aspra. Il suo cazzo era già semi-eretto, venoso e curvo, con un cappello scuro e peli grigi alla base. Si sputò sulla mano, lubrificando l'asta con movimenti lenti, e si posizionò dietro Alex. 'Prendo prima io,' grugnì, puntando la cappella contro il buco stretto. Alex si contrasse, ma Gonario gli tenne la testa premuta sul cofano, il metallo che gli graffiava la guancia. Il vecchio spinse, senza pietà: la testa forzò l'anello muscolare, dilatandolo con un bruciore lancinante, e Alex urlò mentre centimetri dopo centimetri entravano nel suo culo, riempiendolo fino in fondo.

'Cazzo, quanto sei stretto, straniero,' ansimò il vecchio, afferrando i fianchi di Alex e iniziando a pompare. Ogni affondo era profondo, il cazzo che sbatteva contro le pareti interne, sfregando la prostata in ondate di dolore misto a un piacere forzato che Alex odiava. Il vecchio lo inculò con ritmo costante, le palle pelose che schiaffeggiavano le natiche arrossate, la frusta dimenticata per ora ma il bruciore ancora vivo. Settantacinque minuti: Alex perse la cognizione del tempo, il corpo scosso da spinte ritmiche, il sudore che colava negli occhi, il buco che si apriva piano, lubrificato dal suo stesso sudore e dal pre-cum del vecchio. 'Senti come ti sfondo,' ringhiava lui, accelerando, il respiro affannoso. Alex gemette, il cazzo traditore che si induriva contro il cofano, sfregando inutilmente.

Quando il vecchio venne, fu con un ruggito: il cazzo pulsò dentro di lui, sparando fiotti caldi e appiccicosi nel culo, riempiendolo fino a far colare lo sperma lungo le cosce. Si ritrasse piano, un filo di sborra che gocciolava, e diede un ultimo schiaffo alle natiche. 'Ora tocca a te, Gonario.' Il giovane annuì, slacciandosi a sua volta. Il suo cazzo era più grosso, giovane e turgido, dritto come un palo, con vene gonfie e una cappella larga. Si posizionò, sputando sul buco già dilatato e scivoloso, e spinse dentro con un colpo secco. Alex gridò di nuovo, il nuovo intruso che lo stirava di più, sfregando zone sensibili mentre Gonario lo inculava con foga giovanile.

Trenta minuti di martellamento: Gonario afferrò i capelli di Alex – corti e umidi di sudore – tirandoli indietro per inarcargli la schiena, il culo che rimbalzava contro il suo pube peloso. 'Prendilo tutto, cagna,' sibilava, le spinte veloci e profonde, le palle che sbattevano ritmicamente. Alex ansimava, il corpo esausto ma reattivo, il suo stesso uccello che gocciolava pre-cum sul cofano. Il giovane venne con un gemito gutturale, inondando il culo già pieno con altra sborra calda, che traboccò e scivolò giù.

Ma non era finita. Avevano bisogno di pisciare, e lo fecero senza cerimonie: il vecchio prima, afferrando il cazzo semi-morbido e puntandolo sulla testa di Alex, un getto giallo e caldo che gli schizzò nei capelli, sul viso, colandogli in bocca mentre tossiva e sputava. 'Bevi, sporco,' rise il vecchio, il piscio che puzzava di birra e sudore. Gonario seguì, il suo flusso più forte, lavando il collo e la schiena di Alex, mescolandosi allo sperma che colava dal culo. Fu un'umiliazione totale, il corpo di Alex fradicio e puzzolente, legato e tremante.

Alle quattordici in punto, lo slegarono: Gonario sciolse le corde con movimenti bruschi, e il vecchio gli sputò in faccia un grumo di saliva densa, atterrando sulla guancia. 'Ecco i tuoi cinquecento euro sudati,' disse, infilandogli le banconote logore in tasca. Alex si alzò barcollando, il culo che bruciava, le gambe molli, il viso appiccicoso di piscio e sputo. Si rivestì in fretta, ignorando il dolore, e si allontanò zoppicando dal villaggio, verso un abbeveratoio poco più avanti – un canale di acqua di montagna che scorreva pulito.

Lì, si spogliò parzialmente, immergendo la testa e il torso nell'acqua gelida, sfregando via il piscio con mani rabbiose. Il culo gli doleva quando si lavò, lo sperma che usciva in rivoli bianchi mescolati all'acqua, ma i soldi in tasca erano reali. Cinquecento euro per mezza giornata di degradazione: ne valeva la pena? Alex si asciugò con la camicia, il sole che filtrava tra le nuvole, e tornò alla baracca. Il telefono squillò quasi subito – la moglie, di nuovo. 'Ho i soldi,' rispose lui, la voce ferma per la prima volta in mesi. Ma dentro, il bruciore nel culo e l'umiliazione lo perseguitavano, un prezzo pagato in carne e sudore.
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